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La filosofia della fatica di Giancarlo Annovazzi

All'inizio c'era il pallone. Poi, a 22 anni, la corsa in montagna. Nel 2010 il primo Tor des Geants, quasi per sfida. L'anno successivo è sesto assoluto. Ne completerà otto. Storia di un uomo che ha stretto una solida amicizia con la fatica e la solitudine sui sentieri.

Il lavoro, giorno dopo giorno, genera fatica e sudore. E’ l’unico modo per avvicinarsi ai propri obiettivi. Non è materia per tutti. Sono richieste qualità particolari. Costanza. Determinazione. Forse anche un po’ di sana follia. Ed è questo che ritrovi nella storia di Giancarlo Annovazzi. Un uomo che ha lavorato parecchio, e sodo, per arrivare dove voleva.

Un nome, il suo, legato ad un trittico di gare tra le più belle e note del panorama del trail running d’Italia: il Walser Trail che ogni anno, a Luglio, porta migliaia di persone nella Valle di Gressoney a correre per 20, 50 o 114 km, lungo sentieri ripidi e tecnici sui quali incombe il massiccio del Monte Rosa. Lui è stato una delle menti della manifestaione e quei percorsi portano, anche, la sua firma. Ma Annovazzi è, soprattutto, una persona che vive di montagna. E corre, in montagna.

Tanto. E forte.

Ed è quella che lui definisce “la disciplina mentale, la filosofia della fatica” ad avergli consentito di raggiungere i risultati che si era prefissato.

La filosofia della fatica

La sua, dicevamo, è una storia di applicazione, metodo e, obbligatoriamente, anche di sacrificio.
Classe 1965, il suo passato sportivo ha poco o nulla a che fare con l’atletica: gioca a calcio fino all’età di 22 anni poi entra in Forestale, si trasferisce in Valle Lys e qui, visto che di squadre non ce ne sono, inizia a correre in montagna.

Ma senza tabelle e allenamenti specifici” racconta.

Poi arriva il tempo della famiglia, dei figli, e la parentesi per lo sport si riduce, così come la forma fisica, che perde un po’ di brillantezza. Una successione di eventi comune a molti, insomma.

Giancarlo Annovazzi
Giancarlo Annovazzi (per gentile concessione dello stesso)

Nel 2010, però, c’è la svolta. Ed è qui che il binario della sua storia comincia a divergere da quello dei comuni, pigri, mortali.

Perchè quell’anno vede la luce la prima edizione del Tor des Geants, la gara culto per i fachiri della fatica in montagna: trecento chilometri sulle Alte Vie 1 e 2 della Valle d’Aosta, scavallando decine di colli e accumulando nelle gambe migliaia di metri di dislivello, in salita e in discesa. E lui, quasi per sfida, decide di iscriversi.

Vedevo che nella gare di scialpinismo, che ogni tanto disputavo, rendevo meglio nella seconda parte. Sono sempre stato un diesel, ecco. E allora ho iniziato ad allenarmi e pian piano allungavo le mie uscite sui sentieri“.

Al primo tentativo è finisher – tradotto per i più laici della materia: arriva al traguardo, risultato da non dare mai per scontato in gare di questa lunghezza -, fermando il cronometro poco sopra le 100 ore.

Un tempo ragguardevole, ancor di più all’esordio. Di accontentarsi, però, non se ne parla.

Alzare l’asticella della sfida

Appena arrivai al traguardo ero distrutto. Mi dicevo: mai più, ma più una roba simile. E poi…“.

E poi, come molti hanno provato sulla propria pelle in situazioni simili, il passare delle ore scandisce un tempo diverso. Dal “mai più” al “perchè no?”.

E’ una febbre, un mal di trail, o chiamatelo come volete, che accalappia chiunque tagli il traguardo di una gara. Sfibrati, sporchi, doloranti. In certi casi esasperati. Ma state certi che, tranne in casi estremi, quella non sarà stata nè la prima nè l’ultima gara.

Giancarlo Annovazzi
Giancarlo Annovazzi (per gentile concessione dello stesso)

E lui va avanti. L’obiettivo è sempre lo stesso, il Tor des Geants. Siamo nel 2011. A differenza dell’edizione precedente, decide di alzare l’asticella della sfida: arrivare a Courmayeur in meno di 100 ore.

Così ho iniziato a seguire una dieta, alimentandomi in modo più consono. Ho aumentato anche il numero degli allenamenti, arrivando ad uscire tutti i giorni – racconta -. Iniziai a perdere peso e a disputare gare sempre più lunghe“.

Quello sarà l’anno del suo exploit. Sesto posto assoluto e da lì in poi non si ferma più. Ogni anno è sulla linea di partenza, collezionando, ad oggi, un totale di ben otto Tor des Geants. Il miglior tempo lo registra nel 2015 con 87 ore stampate sul cronometro.

Dopo il primo Tor des Geants ne seguiranno altri.

Nel 2011, sesto posto assoluto.

Nel 2015 arriva a Courmayeur in 87 ore.

Tradotto per gli inesperti: tre giorni e poco più per compiere l’intero giro della Valle d’Aosta, scalando tre volte una montagna come l’Everest e per una distanza pressochè il triplo della distanza tra Torino e Milano.

Senza sosta. Giorno e notte. Col sole, la neve, il caldo e il freddo.

Ecco, giusto per dare un’idea, pratica, di che cosa stiamo parlando.

Giancarlo Annovazzi
Giancarlo Annovazzi (per gentile concessione dello stesso)

Alla ricerca della solitudine. E della fatica

Sui sentieri ama parlare poco. Preferisce far girare, tanto, le gambe.

Non parlo con nessuno. O camminiamo o parliamo – dice quasi ridendo -. Mi piace il fatto di essere solo. Questa grossa fatica, nelle gare così lunghe, devi riuscire a fartela amica in qualche modo. E se ci riesci, allora capisci molte cose anche di te stesso. Il Tor mi ha dato una svolta anche dal punto di vista umano“.
Non è il primo a cui lo sento dire.

E non è solo merito delle interminabili, e indefinibili, ore sui sentieri, alternando pensieri lucidi a momenti quasi di trance. Sono i colori, i suoni, i profumi della gente sul percorso a stimolare qualcosa, dentro. Poi c’è il calore della famiglia e degli amici che ritrovi nei punti più inaspettati, ad incitarti, a sostenerti.

Ma se ce la fai, se arrivi in fondo, puoi dire grazie solo a te stesso.

Ci vuole caparbietà.

E la storia di Giancarlo Annovazzi ce lo ricorda.