Storie

Nel mare Artico sulle tracce della plastica

Tre spedizioni scientifiche per documentare la presenza di microplastiche nei mari e nei ghiacci artici. Nel 2018, però, viene scoperto anche altro: bottiglie, reti, confezioni di snack vicino alla calotta polare. A quelle spedizioni ha partecipato il giornalista torinese Franco Borgogno. E questa è la sua storia.

In quegli ambienti selvaggi sei di fronte all’immensità e alla potenza della natura ed è una sensazione che provi fisicamente. Percepisci la natura nel suo complesso, ti senti piccolo rispetto alle dinamiche in gioco. Tutto ciò che ti circonda è dominante, è più dominante di te“.

Orsi polari, foto di Franco Borgogno
Foto di Franco Borgogno (per gentile concessione dello stesso)

Le sue parole, durante una nostra telefonata, hanno la capacità di farmi comprendere la potenza, l’immensità e l’estrema bellezza con la quale si è confrontato nelle tre spedizioni scientifiche cui ha preso parte, negli anni scorsi, per conto dell’European Research Institute, allo scopo di testimoniare e documentare la presenza di microplastiche nei mari artici.

Lui è Franco Borgogno, un giornalista professionista di Torino di 55 anni.

Alle spalle ha decenni di esperienza su testate nazionali e oggi è uno scrittore, fotografo, divulgatore scientifico e guida ambientale, nonchè Presidente di “Ocean Literacy Italia“, un’associazione di scienziati, docenti e professionisti dell’informazione che ha come missione la divulgazione e la diffusione dell’ocean literacy (incentrata sull’importanza del mare per la vita umana) nel nostro paese.

Franco Borgogno
Franco Borgogno (per gentile concessione dello stesso)

Da quando lo conosco, da parecchio tempo ormai, nelle nostre chiacchierate mi ha sempre trasmesso una enorme passione per l’outdoor e la natura: ha viaggiato ai quattro angoli del pianeta, ha studiato e fotografato parecchio, ed è animato da un’infinita curiosità e sete di conoscenza che si è portato lassù, nei mari artici.

Le spedizioni nei mari artici

Nella prima spedizione cui ha preso parte, avvenuta nel 2016, si è imbarcato per due settimane a bordo di una nave che ha attraversato per due terzi, circa, il passaggio a Nord Ovest, dalla Groenlandia al Canada Occidentale.

Due anni dopo, e quello successivo, ha solcato le acque a nord delle isole Svalbard. La missione del 2018, in particolare, è arrivata a lambire gli 81° Nord, nello Yermak Plateau, in prossimità della calotta polare. Ed è qui che è stato registrato il risultato più clamoroso di tutte le spedizioni.

E’ stata documentata, infatti, per la prima volta in assoluto, la presenza di macroplastiche nella banchisa glaciale artica.

Tradotto: grandi, visibili, ovvero oggetti di uso quotidiano.

Per essere più incisivi: rifiuti.

Tracce di plastica nei mari artici, foto di Franco Borgogno
Tracce di plastica nei mari artici (foto di Franco Borgogno)

Era la prima volta che avveniva una documentazione del genere a quelle latitudini, e non solo. Ne abbiamo trovato traccia pure fin dentro il ghiaccio della calotta polare – racconta -. Abbiamo trovato di tutto. Bidoni, bottiglie, reti, funi, Addirittura la confezione di uno snack dentro un blocco di ghiaccio“.

Resto basito. Ma come ci è arrivata tutta quella roba, lassù?

Trascinata dalle correnti del mare che, da oriente, girano sopra le Svalbard e poi ridiscendono“.

Finisce, così, per essere una sorta di nastro trasportatore.

Il messaggio è chiaro – mi dice Franco -. Questo è un problema per noi. Non solo per la natura in senso generale, ma per la nostra stessa sopravvivenza.

In queste condizioni non possiamo vivere. Dobbiamo prenderci cura dell’ambiente, non ci sono dubbi sugli effetti del cambiamento climatico. Sta a noi scegliere cosa fare“.

Foto di Franco Borgogno (per gentile concessione dello stesso)
Foto di Franco Borgogno (per gentile concessione dello stesso)

Ti hanno cambiato queste esperienze?

Certo. Non solo perchè ora mi occupo a tempo pieno di queste tematiche ma anche perchè si sono acuite certe sensibilità. E’ cambiato il mio modo di guardare le cose che ho intorno“.

E la sua opera, oltre ad un libro uscito nel 2017 (“Un mare di plastica”, edizione Nutrimenti, che gli è valso il premio Carlo Marinkovic ed il Science Book Award Seafuture nel 2018) e ad un secondo di prossima uscita, è incentrata proprio su questo: informare, divulgare, rendere coscienti le persone su quanto sta accadendo nei mari e nella nostra vita di tutti i giorni.

Negli ultimi tre anni ha tenuto qualcosa come 120 eventi pubblici incontrando diecimila studenti.

La natura, indomita e selvaggia. E l’unicità dei colori

Ci sono, poi, di quelle spedizioni, altri ricordi, per fortuna positivi, indelebili.

La fauna, ovviamente. Un orso polare che emerge dall’acqua per annusare la presenza umana inchiodata lì, a pochi metri, su un gommone. I branchi di foche che nuotano paralleli alla nave. Qualche esemplare che si volta, ti fissa, e si immerge nuovamente allontanandosi nelle acque dell’Artico. E poi gli avvistamenti delle balene e quelli, rarissimi, di due esemplari di narvali.

Una foca, foto di Franco Borgogno
Foto di Franco Borgogno (per gentile concessione dello stesso)

Sono i colori, però, a restare impressi in modo particolare nella sua memoria.

La loro quantità, la loro intensità. Da nessun’altra parte del mondo si colgono in quella maniera. Non è un caso – mi dice -, che a fine ‘800 artisti e stilisti viaggiassero al seguito delle baleniere per trovare ispirazione, a quelle latitudini, sulle nuove tonalità e sui colori da usare“.

Il mare nero, il mare color oro. Poi il cielo giallo, rosa. Infinite sfumature in continuo mutamento. Tutto così variabile, lucente.

E tutto da preservare.