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Tra colate vulcaniche e pulcinelle di mare: viaggio sulle isole Vestmann

A Heimaey, nell'unica isola abitata dell'arcipelago, una salita sulla cima del cono vulcanico formatosi nell'eruzione del 1973 che rischiò di distruggere tutto. L'ascensione sul Klif, invece, permette di avvicinare i puffin nel loro habitat naturale.

Sulla cima dell’Eldfell tira un vento di burrasca. Tengo il capo chino, incassato nelle spalle, mentre percorro la cresta di sommità di questo cono vulcanico alto poco più di 200 metri formatosi dopo l’eruzione avvenuta il 23 Gennaio 1973.
Sono sull’isola di Heimaey, la più grande delle Vestmann, a 4 miglia nautiche dalla costa meridionale dell’Islanda.

Salendo verso la cima dell'Eldfell (foto di Angelo Raffino)
Salendo verso la cima dell’Eldfell

Cammino tra sassi e terra color ruggine dopo aver percorso un sentiero ripidissimo composto, nella prima parte, da sabbia vulcanica, nera come la pece. Questa montagnola ha così una doppia colorazione e le tonalità, a metà versante, sfumano e digradano l’una in favore dell’altra.

Dalla cima si domina con lo sguardo quest’intero arcipelago raggiungibile con un’ora di traghetto. E’ un pugno di isole perlopiù disabitate ad eccezione, appunto, di Heimaey, che conta circa 4500 abitanti sparsi su 13 km quadrati. Isole placide che, però, hanno alle spalle una storia travagliata.

Furono il primo luogo dove si stabilì, ben prima dell’anno Mille, in modo permanente, una colonizzazione in Islanda, per mano delle popolazioni scandinave. Nel 1627, poi, arrivarono le incursioni dei pirati barbareschi che razziarono beni e uomini da vendere come schiavi nei mercati del Mediterraneo. In epoca recente, nel 1973, l’eruzione del vulcano Helgafell.

L’eruzione dell’Helgafell

E’ circa l’una del mattino del 23 gennaio quando scatta l’allarme: la terra trema e si apre una fenditura di oltre un chilometro e mezzo di lunghezza. L’isola fu evacuata velocemente e migliaia di persone vennero imbarcate sui pescherecci attraccati al porto. Una corsa contro il tempo anche per salvare case ed edifici nonchè il porto stesso, il principale motore economico dell’isola. Per deviare il corso della colata lavica si tentò di pompare su di esso acqua di mare. Una strategia che si rivelò determinante per salvare il porto mentre una parte delle abitazioni, purtroppo, andò distrutta.

L’eruzione vulcanica proseguì per altri cinque mesi e si arrestò all’inizio di Luglio. Al termine fu rilevato un allargamento dell’isola di oltre due chilometri quadrati e prese forma il cono vulcanico di 200 metri sopra al quale mi trovo a camminare. Il suo nome, Eldfell, significa “montagna di fuoco”.

L’eruzione avvenne all’una del mattino del 23 Gennaio del 1973.

L’isola fu evacuata immediatamente, gli abitanti imbarcati sui pescherecci.

Molte case andarono distrutte, si salvò il porto.

Dopo l’eruzione l’isola crebbe di due km quadrati.

Dalla sommità ammiro il cielo blu cobalto e le altre isole di questo arcipelago, enormi scogli rigogliosi che emergono dal mare.

La pacatezza che si respira a Heimaey

La cittadina Heimaey è proprio come te l’aspetti: silente, quasi immobile, ordinata e pulita. In giro ho incontrato pochissimi abitanti, anche nella strade centrali, dove si affollano alcuni negozi e ristoranti, regna tranquillità e pacatezza. Il cimitero è un luogo placido, rispettoso. All’ingresso un’alta colonna di cenere è stata preservata per ricordare a tutti la portata catastrofica dell’eruzione del 1973.

La cittadina di Heimaey (foto di Angelo Raffino)
La cittadina di Heimaey

Queste sono anche, o soprattutto, le isole delle pulcinelle di mare: i puffin, volatili del nord Europa dall’aspetto tenero e buffo, il manto bianco e nero e l’inconfondibile becco rosso. Decido di osservarle e fotografarle nel loro habitat naturale e salgo così sulle pendici del Klif, una collina rocciosa che si erge alle spalle del porto e che si allunga in mare attraverso un promontorio selvaggio, sul quale non oso avventurarmi.

La salita sul Klif per fotografare le pulcinelle di mare

La salita su queste pendici è faticosa, il suo sviluppo verticale è marcato e poi tira vento, immancabilmente. Incontro qualche escursionista ed il consueto terzetto di pecore abbarbicate nei posti più scomodi, in aperta sfida alla legge di gravità.

Scogli dalla cima del Klif (foto di Angelo Raffino)
Scogli dalla cima del Klif

Mi sporgo all’estremità dello spiazzo erboso della vetta e in un’anfratto le vedo, le pulcinelle. Sono decine.

Si alzano, zampettano, spiccano il volo, veloci e rapide come non te l’aspetteresti vista la loro andatura goffa. Altre stazionano su uno spuntone, appolaiate al sole, e si aggiungno nuovi esemplari che planano dal mare con le ali ben distese al vento e il becco triangolare proteso in avanti.

Le fotografo a ripetizione ben attento a non perdere l’equilibrio perchè sotto di me si apre uno strapiombo vertiginoso, un centinaio di metri dritto dritto sul mare.

Ridiscendo dal Klif con un bel po’ di scatti in memoria.

Le pecore belano al mio passaggio e mi avvio verso il porto in attesa del traghetto.