Storie

Il Kungsleden: un sentiero da Re nella Lapponia svedese

Quattordici giorni, a piedi, in completa autonomia, con tenda e sacco a pelo, per percorrere circa 200 km nell'entroterra della Lapponia, in Svezia. Un viaggio sul Kungsleden, considerato tra i sentieri più belli d'Europa.

In Svezia è considerato “il” cammino per eccellenza, riconosciuto come uno dei percorsi di lunga distanza più belli in Europa, e non solo.

Il Kungsleden – dallo svedese “Il sentiero del Re” – è un concentrato di emozioni fisiche e mentali: quasi impossibile non esserne rapiti e non sviluppare quel mal d’essere, quella sensazione di vuoto, una volta messo piede a casa. Nonostante i nugoli di zanzare, il fango fino alle caviglie, le infinite passerelle da attraversare, lo zaino da venti chili sulle spalle, le paludi e gli acquitrini sui quali galleggia questa parte di mondo al di sopra del Circolo Polare Artico.

Il Kungsleden: percorso e rifugi

Questo sentiero di 450 km inizia da Abisko e si allunga verso sud, fino ad Hemavan. Una rotta i cui albori risalgono al 1907, quando furono costruiti i primi due hut (rifugi) ad Abiskojaure e Kebnekaise, e poi completata e definita, nella sua versione attuale, nel 1977.

Dimenticate il concetto di rifugio nostrano, perlomeno di quelli più turistici e affollati. Gli hut lungo il Kungsleden sono tutt’altro che ricoveri a tre stelle d’alta quota, anzi. Qui la denominazione di “rifugio” è aderente allo stato di fatto: parliamo di semplici strutture in legno, gestite dai volontari dell’associazione turistica svedese STF dove è possibile, a pagamento, dormire all’interno o montare la tenda negli spazi fuori, usare una basilare cucina e, nei rari casi in cui sia presente, la sauna (che in queste zone è un surrogato della doccia).

Dimenticate l’energia elettrica e l’acqua corrente.

L’unica concessione alla “normalità” è la presenza di una piccola rivendita di prodotti alimentari. Pasta, un po’ di scatolame, biscotti, snack, caramelle, utensili vari. Tutto disposto su scarni scaffali in legno, talvolta su un paio di mensole all’ingresso del rifugio. I prezzi non sono popolari ma, e ci mancherebbe altro, qui i rifornimenti avvengono solo in elicottero ed è già una fortuna trovarli a disposizione.

Il benvenuto della Lapponia svedese

Il mio viaggio ha inizio in un pomeriggio di Agosto del 2015, in compagnia di Andrea, amico di una vita.

Il cielo di Kiruna ha il colore dell’acciaio, l’aria è fredda e sferzata da una pioggia invisibile, leggera come seta. Alla fermata dell’autobus altri camminatori di ogni età e di ogni dove. Sorridenti, entusiasti, alcuni evidentemente impazienti di arrivare ad Abisko e gettarsi nell’avventura.

Dal canto mio penso e ripenso allo zaino, sfatto e disfatto nelle settimane precedenti, calibrato al grammo. Scorro mentalmente la lista degli indumenti di ricambio, dell’attrezzatura, e poi la tenda e il sacco a pelo.

L’obiettivo, nei prossimi 14 giorni, è giungere a Kvikkjokk, a circa metà del Kungsleden, anche se all’inizio, mappe stese sul tavolo e l’insano ottimismo di chi programma un’avventura tra le comodità domestiche, l’idea era quella di completare tutto il percorso con una media di oltre 30 km al giorno. Una volta piegato su me stesso dal peso dello zaino, nonostante decine di chilometri settimanali di corsa in montagna, ho capito quanto fosse pura follia percorrerne oltre 400 in poco più di una decina di giorni.

A convincermi della bontà del nuovo piano di viaggio, rivisto e accorciato, le condizioni meteorologiche del primo giorno di cammino: inclementi?

E’ dire poco.

Il primo giorno sul Kungsleden: pioggia, fango, solitudine totale

Secchiate d’acqua a ripetizione trasformano il tracciato in una pista fangosa, frastagliata da massi di ogni forma e dimensione. Il poncho si rivelerà un elemento indispensabile insieme ai bastoni da trekking, una mano santa per non scivolare su ogni sasso bagnato.

Il sentiero è irregolare, scosceso, pietroso. Seguiamo un lungo traverso sul fianco del Gárddenváarn, 1154 metri di montagna schiacciata da dense nuvole grigie.

Un clima surreale, da fine del mondo, desolazione totale, solitudine e, ammetto, inquietudine crescente.

Sono intimorito.

Attraverso decina di guadi, acquitrini. Una passerella dopo l’altra, in equilibrio precario, finché un’asse mi tradisce e finisco nell’acqua gelida fino alle ginocchia.

Sconforto totale, rabbia, isteria, paura. Lo ammetto. Mi chiedo se ce la farò, qui, soli, senza anima viva incontrata da ore e ore.

Scendiamo verso il lago Alisjávri, il ritmo è rallentato a dispetto delle condizioni meteorologiche in repentina e continua evoluzione: pioggia, vento, vento e pioggia, sole, scrosci d’acqua e di nuovo sole.

Sono sudato, affamato ed esausto quando mettiamo piede, finalmente, sulla riva del lago.

Montiamo le tende, asciugo le scarpe, le solette interne e le calze sul fornello da campo. Per cena una tazza di thè bollente con un paio di biscotti, poi mi infilo nel sacco a pelo e dormo qualche ora prima di svegliarmi di colpo, un po’ rincretinito e confuso.

Sono qui? Davvero? Dove?

Mi catapulto fuori. L’aria è frizzante, il cielo è sgombero dalle nuvole, nero, così scuro e brillante come mai lo avevo visto. Torno di nuovo nella tenda e sento, in lontananza, lo scalpiccio di un trekker, le sue bacchette sul terreno, avanti una e poi l’altra. Sono due, per la verità, bisbigliano tra di loro, si avvicinano alla tenda, la sorpassano, si allontanano.

Di nuovo silenzio, totale.

Solo il fiume scorre, poco più in là.

Adesso comincio ad avvertire una sensazione di quiete, un infuso di benessere che si propaga dentro di me mentre mi riaddormento affondando la testa nel sacco a pelo.

Gli incontri sul sentiero e la maestosità della Lapponia

I giorni sono evaporati in un istante, tutti uguali e tutti così diversi, intensi, trascorsi tra salite, pietraie, vallate lussureggianti, paesaggi sconfinati e montagne dalle fiancate enormi, lunghe e levigate dalla discesa millenaria dei ghiacciai.

Abbiamo camminato tra branchi di renne, nel vento che lacerava i timpani, in spazi vuoti.

Lungo il percorso abbiamo conosciuto, perso e rincontrato a più riprese, altri viaggiatori. Ragazzi e ragazze, uomini attempati e signori di mezza età, in maggioranza tedeschi e olandesi.

Una notte, pazzesco, ci siamo ritrovati insieme, in dodici, per pura coincidenza, arrivando alla spicciolata uno dopo l’altro, rinchiusi in un capanno da caccia sulle sponde del lago Sitojaure, per proteggerci da un temporale incombente.

Calze e magliette umide erano appese alle travi, sul tavolo di legno grezzo erano schierati pentolini e fornelli. Abbiamo riso e scherzato per ore mentre, fuori, la pioggia sferzava il nostro rifugio, le chiome degli alberi si piegavano al vento e l’acqua del lago si increspava.

Un’avventura unica

E’ un viaggio essenziale, emozionante e sfiancante.

E’ semplicemente un’avventura.

La stessa che ho potuto sentire dai racconti travolgenti di un ragazzo francese dai piedi sporchi e i capelli scarmigliati resuscitato da sei giorni in solitaria nel parco nazionale del Sarek, uno dei luoghi più desolati e remoti d’Europa.

Ho visto la bellezza nella luce soffusa di mezzanotte, negli spazi aperti e infiniti, in un luogo nel quale ero ospite, tollerato ed intimorito. Ho assistito alla mia rinascita. Spaventato, avvilito, costernato. E poi sereno, felice, consapevole di me stesso e delle mie risorse.

E’ stato un viaggio duro, parecchio duro.

Mi ha alleggerito di 5 chili e procurato parecchi dolori. Schiena, collo, femore, glutei, caviglie e anche qualche vescica. E forse dimentico qualcosa.

Ogni notte, però, chiusa la cerniera del mio sacco a pelo, mi sentivo esausto ed entusiasta.

Ero avvolto da una terra selvaggia, romantica e indimenticabile.